La mastoplastica additiva per pazienti transessuali (MtF): guida completa

gender dysphoria transgender symbol

La mastoplastica additiva per pazienti donne transgender è un intervento di chirurgia plastica e ricostruttiva il cui obiettivo è la creazione di un seno femminile esteticamente accurato ed armonioso col corpo della paziente ed eseguito al fine di rendere congruente l’identità di genere della paziente con l’estetica del suo corpo. In inglese questo intervento è chiamato Top Surgery, per indicare l’intervento alla regione superiore del corpo e contrapposto al Bottom Surgery, ovvero l’intervento di riassegnazione degli organi sessuali. Talvolta, e più propriamente, l’operazione viene definita come ricostruzione mammaria ed in ogni caso è scorretto definirlo come un intervento di chirurgia estetica, avendo fini diversi da tali interventi elettivi; si tratta infatti di una terapia chirurgica utile al trattamento della disforia di genere, ovvero del malessere provato dalla paziente per il trovarsi in un corpo assegnato alla nascita diverso dalla propria identità di genere percepita.

Il seno è l’indicatore esterno principale dell’appartenenza al genere femminile. Per questo motivo, l’intervento di mastoplastica per le pazienti transgender rappresenta una svolta importante nel loro percorso di transizione, facilitando e migliorando l’inclusione nel ruolo sociale scelto, migliorando i sintomi della disforia di genere e aiutando la paziente ad accettare il proprio corpo.

Prerequisiti necessari per la mastoplastica additiva in pazienti transgender

Come definito negli Standards of Care Settima edizione della World Professional Association for Transgender Health (WPATH), per l’accesso all’intervento di mastoplastica additiva, la paziente transgender deve rispettare i seguenti requisiti:

  • L’avere una diagnosi di disforia di genere ben documentata e persistente
  • L’essere in grado di intendere e volere, di prendere una decisione consapevole e di dare il consenso informato all’intervento chirurgico
  • L’aver compiuto la maggiore età nel paese di riferimento
  • Non essere affetti da patologie fisiche o mentali che precludano l’accesso all’intervento chirurgico

La terapia ormonale sostitutiva femminilizzante non costituisce prerequisito per la mastoplastica additiva nelle pazienti transgender. È tuttavia altamente consigliato sottoporsi alla mastoplastica dopo aver iniziato la terapia ormonale e averla assunta per almeno un anno consecutivamente; il motivo di questo consiglio, seppur non vincolante, è di massimizzare la crescita naturale del seno ad opera degli ormoni per ottenere un risultato chirurgico (estetico) di qualità superiore.

Procedure preoperatorie

Il chirurgo procederà alla raccolta dell’anamnesi personale e familiare della paziente, eseguirà un esame fisico, raccoglierà parametri vitali e prescriverà ECG, esami del sangue e di diagnostica per immagini.

In base al chirurgo prescelto per l’intervento ed alla clinica, vi potrebbe essere richiesto di interrompere la terapia ormonale sostitutiva con estrogeni, aumentando questa il rischio tromboembolico dell’intervento. L’interruzione, stabilita da anestesista e chirurgo, può variare dalle 2-4 settimane prima dell’intervento alle 2-4 settimane successive.

Il fumo e la nicotina vanno evitati anch’essi dalle 2-6 settimane prima dell’intervento alle 2-6 settimane post-intervento; smettere di fumare diminuisce notevolmente i rischi di complicazioni e velocizza e migliora la guarigione dei tessuti.

I farmaci con effetto antiaggregante per le piastrine, come l’aspirina o acido acetilsalicilico, e i farmaci anticoagulanti vanno evitati nella settimana precedente l’intervento.

In alcuni casi, ad esempio quando la pelle della paziente risulti troppo poco elastica o le dimensioni della protesi desiderata lo necessitino, potrebbe essere necessario eseguire due interventi: nel primo verranno impiantati degli espansori tissutali nel punto in cui il chirurgo vuole posizionare le protesi; nel corso di settimane e multiple visite con il chirurgo, tali espansori verranno riempiti aumentando sempre più di volume e permetteranno il graduale adattamento dei tessuti del torace alle dimensioni del seno desiderato. Nel secondo intervento, una volta raggiunte le dimensioni desiderate, verranno rimossi gli espansori e al loro posto verranno impiantate le protesi vere e proprie.

Differenza tra torace maschile e femminile

Il torace dell’uomo e della donna biologici presentano differenze tra loro. Queste differenze rendono diversa l’esecuzione dell’intervento di mastoplastica su una donna cisgender rispetto a una transgender; il chirurgo dovrà infatti conoscere i metodi che permettono la ricostruzione di un torace esteticamente soddisfacente e quanto più conforme possibile con quello di una donna cisgender. Per questo motivo è bene scegliere un chirurgo esperto in mastoplastiche additive su donne transgender e non optare per un chirurgo plastico che ha maturato esperienza unicamente con pazienti donne cisgender.

Le differenze principali tra il torace maschile e quello femminile, relativamente alle caratteristiche che influiscono sul risultato di una mastoplastica, sono le seguenti:

  • Il corpo femminile ha in generale contorni meno spigolosi e più curvilinei e rotondeggianti, con una componente adiposa più alta rispetto all’uomo
  • Il capezzolo e l’areola hanno dimensioni inferiori nell’uomo
  • Il capezzolo femminile si trova sul punto di maggior proiezione del seno, all’incirca all’altezza del punto medio dell’omero
  • Il torace maschile è più largo rispetto a quello femminile che ha inoltre una forma più tendente al cono
  • Il seno femminile si sviluppa a partire dalla seconda o terza costa fino alla sesta o settima
  • Il muscolo Grande Pettorale è più sviluppato nell’uomo
  • La distanza tra il capezzolo e la linea inframammaria è inferiore nell’uomo
  • I capezzoli sono posizionati più lateralmente nell’uomo
  • C’è meno ptosi della mammella nella donna transgender, rispetto alla donna cisgender
  • Il seno propriamente detto, cioè lo spazio compreso tra le due mammelle, è tendenzialmente più largo nelle donne transgender
  • Il seno che si sviluppa nelle donne transgender grazie alla terapia ormonale non è generalmente simile a quello delle donne cisgender adulte. Si tratta di un seno spesso analogo a quello delle bambine pre-adolescenti o delle ragazze nell’adolescenza, dalla forma conica, a punta e con poco tessuto ghiandolare e volume e solo raramente si raggiunge uno sviluppo completo, paragonabile a quello post-puberale nella donna biologica.

I diversi tipi di protesi per il seno e le diverse tecniche chirurgiche

Come uno degli interventi di chirurgia plastica maggiormente eseguiti al mondo, nel corso degli anni sono state sviluppate non solo diverse tecniche chirurgiche per l’esecuzione delle mastoplastiche, ma anche diversi tipi di protesi le cui caratteristiche portano a risultati estetici/funzionali diversi. Si raccomanda di discutere con il proprio chirurgo in maniera approfondita l’aspetto della scelta della protesi e della tecnica chirurgica, affinchè tutti i vantaggi e gli svantaggi vengano spiegati, in particolare quelli legati alle caratteristiche anatomiche specifiche della paziente. Fatta questa premessa, ecco in cosa possono differire le varie protesi per il seno:

Posizionamento della protesi: sottoghiandolare, sottomuscolare e dual-plane

La protesi mammaria può venire impiantata in una tasca creata dal chirurgo sotto al tessuto ghiandolare della mammella oppure sotto al muscolo grande pettorale; una terza opzione è costituita dalla tecnica dual plane o “doppio piano” che prevede l’inserimento della parte superiore della protesi sotto il muscolo, lasciando però libera la parte inferiore che è di fatto posizionata in sede sottoghiandolare.

Posizionamento sottoghiandolare protesi seno
By Food and Drug Administration

 

La protesi sottoghiandolare ha come vantaggi il fatto che la tecnica sia meno invasiva, presenti quindi un recupero post-operatorio più veloce, con meno rischi o complicazioni, meno doloroso in quanto meno invasivo e con la possibilità di usare protesi più voluminose . Lo svantaggio di questa tecnica è che se il tessuto ghiandolare è scarso, i bordi della protesi sono visibili, con un risultato estetico innaturale. Anche l’effetto al tatto sarà tanto più innaturale quanto meno tessuto ghiandolare è presente nella paziente.

Posizionamento sottomuscolare protesi seno
By Food and Drug Administration

 

La protesi sottomuscolare tende a donare un risultato più naturale, senza il rischio che i bordi della protesi siano visibili per scarsità di tessuto a sua copertura. Presenta inoltre una minore incidenza di una complicazione della mastoplastica additiva e cioè la contrattura capsulare. Tuttavia, nel caso di pazienti fisicamente attive nello sport si rischia la migrazione della protesi a causa dell’attività del muscolo pettorale o la comparsa di deformità temporanea quando il muscolo viene contratto; vi è inoltre un recupero post-operatorio più lungo ed il rischio di vedere le proprie capacità atletiche ridotte, con meno forza negli esercizi che coinvolgono tale muscolo ed in alcuni casi anche lieve dolore o fastidio durante l’esecuzione di alcuni esercizi.

Posizionamento dual plane protesi seno
By Food and Drug Administration

 

La protesi dual plane viene come detto posizionata nella sua parte superiore sotto il muscolo grande pettorale, risultando quindi coperta sia dal muscolo che dalla ghiandola mammaria, lasciando però il polo inferiore della protesi libero dal muscolo e coperto solo dalla ghiandola. Portano la maggiorparte dei vantaggi delle due tecniche precedenti e ne minimizzano gli svantaggi. È possibile variare minimamente la tecnica chirurgica, procedendo ad una dissezione del muscolo e un distacco del muscolo dalla ghiandola mammaria di entità variabile, per accomodare pazienti con caratteristiche diverse garantendo quindi un risultato generalmente superiore a livello estetico.

La questione del recupero post-operatorio, più o meno veloce, si ripresenta anche al momento della sostituzione della protesi al seno; attualmente si consiglia la sostituzione delle protesi a 10 anni dall’intervento o prima in caso di segni di deterioramento o complicazioni.

Nel caso fosse necessario sottoporsi ad una mammografia, le protesi dual plane e sottomuscolari ne consentono una esecuzione più agevole rispetto a quando la protesi è in sede sottoghiandolare.

Materiale di riempimento: soluzione salina vs silicone

Tutti gli impianti di protesi mammaria sono costituiti da un guscio o involucro esterno in silicone. Il silicone infatti ha dimostrato ad oggi la migliore biocompatibilità, durata e sicurezza.

Quello che può variare è il materiale di riempimento del guscio in silicone: le due opzioni più diffuse sono la soluzione salina e il gel coesivo di silicone.

Il vantaggio della protesi riempita con soluzione salina è che viene posizionata vuota e riempita solo quando in sede anatomica corretta tramite valvole particolari di cui sono dotate. Questo permette al chirurgo di eseguire una incisione più piccola e meno visibile per l’inserimento in sede, così come permette l’uso di tecniche chirurgiche diverse, quali l’approccio transombelicale. Altro vantaggio di questo tipo di impianto è che in caso di rottura dell’involucro esterno quel che si riversa nel corpo è semplice soluzione fisiologica, innocua e riassorbibile dai tessuti. Tra gli svantaggi abbiamo invece una consistenza innaturale (simile a un palloncino riempito di acqua), il rischio di contaminazione batterica dovuto al passaggio in più da effettuare durante l’intervento (il riempimento), la possibilità di introdurre anche bolle d’aria che in rari casi vengono avvertite dalle pazienti quando si muovono, la possibilità di sentire la valvola e/o le pieghe che possono formarsi sull’involucro in caso di perdita di volume e, nell’eventualità di una rottura della protesi, questa si vuoterà in brevissimo tempo a causa della fluidità del liquido che contiene.

Il vantaggio delle protesi in silicone è il risultato che si ottiene alla palpazione, naturale, soffice ma compatto, simile alla ghiandola mammaria delle donne cisgender. Essendo totalmente preparata in fabbrica, non presenta il rischio maggiore di contaminazione microbica o fuoriuscita di liquido durante il gonfiaggio. Tra gli svantaggi vi sono la necessità di una incisione più lunga e quindi più visibile, il fatto che il silicone non è un materiale biologico riassorbibile e in caso di rottura è necessario rimuoverlo prontamente dai tessuti; questo è un rischio basso, rispetto al passato, grazie ad involucri esterni costruiti per durare ed essere maggiormente resistenti. Il silicone utilizzato come riempimento inoltre non è più quello utilizzato fino ai primi anni ‘90, ma si tratta di un gel ad alta coesitivà che per la sua viscosità anche in caso di rottura resta all’interno dell’involucro. Il silicone inoltre è radioopaco, blocca quindi i raggi X e rende di difficile esecuzione la mammografia; sarà quindi necessario, nel caso, eseguire una risonanza magnetica al posto di tale esame.

In passato si testarono anche altri materiali di riempimento, quali l’idrogel e l’olio trilucent (olio di soia), ma caddero in disuso per le loro caratteristiche estetiche, funzionali e di sicurezza inferiori rispetto agli altri metodi tutt’ora utilizzati.

Forma della protesi: rotonde o anatomiche (round vs teardrop implants)

Le protesi mammarie possono avere forme diverse, permettendo al chirurgo la realizzazione di risultati finali anche molto differenti tra loro sulla stessa paziente, in base alla forma dell’impianto scelto.

Le protesi rotonde sono le prime ad essere state prodotte ed utilizzate per l’aumento del seno. Sono protesi simmetriche la cui forma è grosso modo quella di una mezza sfera, con punto di massima proiezione situato al centro esatto della protesi. La loro eventuale rotazione, complicanza non comune, ma comunque possibile, non comporta problemi proprio in virtù della loro simmetricità. Sono protesi che conferiscono un aumento di volume uniforme in tutti i quadranti del seno e rispetto a quelle anatomiche riempiono molto di più i quadranti superiori, generalmente i primi ad appiattirsi con l’età nelle donne cisgender. Questo tipo di protesi viene preferita quando non c’è o è minima la ptosi del seno della paziente, quando il capezzolo è situato al centro della mammella e quando in generale la paziente possiede una forma del seno “ideale”. Sono inoltre protesi generalmente meno costose.

Le protesi anatomiche, chiamate anche protesi a goccia, sono state introdotte sul mercato in tempi più recenti e hanno fin da subito riscosso grande successo, in parte anche grazie al fatto che sono state le prime protesi ad essere riempite con silicone ad alta coesività, il che garantisce un risultato e una sensazione molto più naturale. La forma è quella di una goccia su una parete verticale, la cui massima proiezione è quindi spostata verso il basso rispetto al centro e con forma quindi non simmetrica. Sono disponibili in vari modelli, con altezze, larghezze e punto di maggior proiezione variabile per permettere al chirurgo di scegliere quella con le caratteristiche migliori in base all’anatomia specifica ed individuale della paziente e alle sue eventuali asimmetrie fisiologiche. Questo tipo di protesi è generalmente preferita nei casi in cui si voglia portare volume alla regione areolare e inferiore del seno, per correggere la ptosi mammaria e cioè il seno cadente, quando la mammella è poco sviluppata, quando il seno ha perso forma e volume come avviene dopo l’allattamento o dopo forti dimagrimenti, nel caso di seno tuberoso e/o di asimmetrie tra le due mammelle e quando il capezzolo tende verso il basso. La forma a goccia mima quella che è la tendenza naturale del seno a essere sfumato in volume, con la parte superiore meno piena e via via a scendere sempre più volume fino all’altezza del capezzolo, per poi diminuire nuovamente. Se questa forma dona maggiore naturalezza con il busto in posizione verticale, quando la paziente è distesa la forma a goccia verrà mantenuta, facendo quindi comportare il seno in maniera innaturale rispetto a una protesi rotonda che da distesa vede ridistribuirsi il suo contenuto su tutta la superficie. Oltre al costo maggiore delle protesi anatomiche a goccia, la tecnica chirurgica utilizzata per il posizionamento potrebbe essere più complicata e richiedere maggior tempo in sala, facendo anche questo lievitare i costi dell’intervento.

La naturalezza del risultato finale non dipende solo dalla forma della protesi, ma da molteplici variabili che vanno considerate nel loro insieme. Non è quindi corretto parlare di un risultato più naturale per via della scelta di una forma di protesi rispetto ad un’altra, scelta che dipende invece maggiormente dalle caratteristiche di partenza della paziente.

Protesi per il seno lisce e protesi ruvide (smooth vs textured implants)

Le protesi per il seno, tra le varie caratteristiche, possono avere il guscio esterno liscio o ruvido (detto anche testurizzato).

Le protesi mammarie con involucro esterno liscio sono state le prime ad essere introdotte sul mercato e ad essere impiantate nelle pazienti negli anni ’60. Lo spessore del guscio è inferiore rispetto alle protesi testurizzate, dando quindi una sensazione più naturale alla palpazione conferendo una minor rigidità alla protesi. Le protesi con involucro liscio tendono a muoversi più liberamente rispetto alle protesi testurizzate, seguendo il movimento del corpo, grazie al fatto che non aderiscono fermamente ai tessuti circostanti. Nel caso in cui il chirurgo crei una tasca per l’inserimento della protesi avente volume maggiore della stessa, questa mobilità però diventa uno svantaggio aumentando il rischio di spostamento della protesi nel corso della guarigione e del tempo con un risultato estetico non ottimale. Le protesi lisce necessitano solitamente di posizionamento sottomuscolare e quindi di un intervento maggiormente invasivo per la paziente. L’involucro meno spesso permette inoltre di eseguire una incisione più piccola rispetto a una protesi ruvida.

Le protesi mammarie con involucro esterno ruvido o testurizzato sono state introdotte negli anni ’80. La loro superficie è ruvida, similmente alla carta vetrata (ma chiaramente non abrasiva!). Vennero create per prevenire la complicazione della contrattura capsulare secondo la teoria che la crescita dei tessuti negli spazi irregolari del guscio dell’impianto mammario prevenga la formazione di collagene e altro tessuto fibroso in eccesso attorno alla capsula dell’impianto. Le protesi testurizzate hanno il vantaggio di aderire ai tessuti che le circondano, riducendo quindi il rischio di migrazione dell’impianto nel corso del tempo, ma al contempo il movimento limitato dona loro un feeling meno naturale. Nel caso delle protesi anatomiche il guscio ruvido è una necessità, visto che in caso di rotazione dell’impianto si otterrebbe un risultato estetico innaturale. Una paziente con torace concavo o convesso è maggiormente a rischio di migrazione dell’impianto, quindi una protesi ruvida è più consigliata rispetto ad una liscia nel caso di “pectus carinatum” o “pectus excavatum”. L’involucro testurizzato è anche più spesso rispetto a quello liscio; se da una parte questo implica una differenza a livello di sensazione e palpazione, meno naturale con un guscio più spesso, dall’altro dona una resistenza maggiore, con minor rischio di rottura e maggior durata nel tempo dell’impianto.

Anche nel caso della scelta tra protesi liscia e ruvida quindi sono molteplici le variabili da considerare; sarà cura del chirurgo, durante la consulenza e visita chirurgica, spiegare le differenze, i vantaggi e gli svantaggi e consigliare quella che, secondo la sua conoscenza ed esperienza, meglio si adatta alle caratteristiche della paziente.

Profilo o proiezione delle protesi al seno: basso (low profile), medio (moderate profile) o alto (high profile)

protesi seno mastoplastica additiva
By FDA

 

Il profilo delle protesi, detto anche proiezione dell’impianto mammario, rappresenta il grado di sporgenza dell’impianto dal torace alla vista laterale. Principalmente si parla di profilo basso, medio o alto, ma esistono anche misure intermedie in base al produttore di protesi mammarie considerato. Questo non è da confondere con il diametro della protesi e cioè con l’area della base, in quanto si tratta di misure e variabili distinte tra loro. Il consiglio in questo caso è di guardare all’armonia del risultato che dipende dalle caratteristiche anatomiche della paziente; tra queste vi sono le dimensioni del torace e lo sviluppo della ghiandola mammaria in seguito alla terapia ormonale, al quale chiaramente si aggiunge la volontà della paziente di ottenere un seno più o meno prosperoso ed un risultato più o meno naturale. Sarà cura del chirurgo far vedere e comprendere i diversi risultati possibili e consigliare la paziente in base alle sue aspettative e alla propria esperienza clinica.

Sede di incisione per l’inserimento della protesi mammaria

Se nel caso della donna cisgender esistono varie possibilità riguardo la sede di incisione per l’inserimento della protesi mammaria, nel caso della donna transgender invece sono tre quelle che vengono generalmente considerate:

  1. incisione periareolare
  2. incisione ascellare
  3. incisione sottomammaria

Quest’ultima è da vari autori descritta come quella preferibile; questo perché generalmente nella donna transgender il complesso capezzolo-areola è di dimensioni inferiori rispetto a quello della donna biologica, il che renderebbe l’inserimento dell’impianto più difficoltoso, così come sarebbe più difficoltosa la creazione della tasca (dissezione) nella quale l’impianto va inserito. L’incisione ascellare è anche sconsigliata in genere perché il muscolo pettorale è più forte rispetto a quello di una donna biologica così come è diversa la conformazione del polo inferiore del seno, rendendo anche qui più difficoltosa la dissezione e maggiore il rischio di migrazione o posizionamento errato dell’impianto. Inoltre la cicatrice ascellare è maggiormente visibile, ad esempio alzando le braccia in alto o anche quando si indossa il reggiseno, motivo per cui spesso questo approccio non viene scelto. L’approccio sottomammario invece assicura maggior facilità nell’intervento per il chirurgo, il che garantisce un miglior risultato estetico e un minor rischio di complicazioni qualunque sia l’impianto scelto. La cicatrice in sede sottomammaria è generalmente nascosta dal seno stesso o dal reggiseno quando questo viene indossato, rendendo meno riconoscibile il fatto di essersi sottoposti all’intervento di mastoplastica.

Le dimensioni (volume) della protesi al seno

La maggior parte delle pazienti è familiare con le dimensioni delle protesi al seno, una delle variabili più note e di cui spesso si parla negli spazi di discussione su internet. La dimensione degli impianti mammari è indicata con un numero che ne indica il volume e la cui unità di misura è il centimetro cubo indicata come cm³ secondo lo standard internazionale, ma più comunemente indicata secondo la consuetudine americana come cc o CC.

Le dimensioni delle protesi mammarie variano tra circa i 120cc e gli 800cc. Non è possibile stimare in linea generale le dimensioni finali del seno della paziente solo sulla base del volume scelto per la propria protesi, in quanto quelle varieranno in base all’anatomia della paziente quali le dimensioni del torace, la distanza tra i capezzoli e tra capezzolo e parte laterale del torace, dalla quantità di tessuto mammario di partenza e alle altre caratteristiche dell’impianto scelto. Va ricordato inoltre che la pelle deve essere in grado di stirarsi per accomodare la protesi e che la sua elasticità è variabile da paziente a paziente, così come è variabile il rischio che si formino delle smagliature; è bene quindi considerare anche queste informazioni quando si scelgono le dimensioni delle protesi.

Tra i metodi per comprendere all’incirca quale potrebbe essere il risultato estetico finale con volumi diversi il chirurgo potrà aiutarvi con un semplice metro da sarta per mostrarvi le vostre proporzioni, con l’uso di reggiseni da indossare e provare che contengono tasche per l’inserimento di repliche delle protesi di diverse dimensioni e che aiutano a farsi un’idea del risultato sotto i vestiti, mostrandovi le foto del prima e dopo di altre pazienti con una struttura anatomica di partenza simile alla vostra e, più di recente, con l’uso di software di modellazione e simulazione 3D in grado di creare un modello virtuale del vostro corpo e che approssima il risultato finale.

Tenete presente che maggiore è il volume della protesi e maggiore è il rischio di perdere sensibilità dell’area del seno che può essere in parte o totalmente recuperata fino a un anno dopo l’intervento grazie ai naturali processi di guarigione del tessuto nervoso. Questo non è dovuto al fatto che il chirurgo recide le terminazioni nervose, ma è dovuto al fatto che i nervi vengono stirati tanto più quanto è più grande il volume della protesi.

Volume maggiore in genere implica anche recupero più lungo e decorso post-operatorio più doloroso e volumi eccessivi risulteranno in una estetica meno naturale.

Anche in questo caso quindi, oltre all’aspettativa della paziente, è molto importante ascoltare il consiglio e l’esperienza del chirurgo con questo tipo di intervento.

In alcuni casi, quando l’impianto scelto sia voluminoso, o quando la pelle non sia elastica, o quando ancora lo sviluppo della ghiandola mammaria indotto dalla terapia ormonale sia ridotto, potrebbe essere necessario dividere l’intervento di mastoplastica additiva in due passaggi: il primo prevede il posizionamento di un espansore tissutale in sede sottocutanea il cui volume viene aumentato settimanalmente dal chirurgo tramite l’iniezione di soluzione salina; il secondo prevede la mastoplastica additiva vera e propria una volta creato lo spazio sufficiente ad accomodare l’impianto scelto.

Il lipofilling o innesto adiposo

Una ulteriore tecnica per l’aumento del seno sulla quale vale la pena spendere alcune parole è quella del lipofilling o innesto adiposo, chiamata in inglese fat grafting o autologous fat transfer. Consiste nel prelievo di adipociti, cioè tessuto adiposo ovvero il “grasso”, tramite liposuzione di aree del corpo nel quale questo abbonda per poi essere processato e quindi reinnestato (iniettato) nelle aree alle quali si vuole conferire maggior volume. Il tessuto adiposo reinnestato deve essere vitale e deve ottenere nutrimento nella sede di destinazione per rimanere tale. Se questo non avviene, verrà riassorbito ed eliminato nel corso delle settimane. La sopravvivenza si attesta tra il 40-70% del volume innestato, percentuale dipendente dalle tecniche di prelievo, lavorazione e reinnesto utilizzate. L’aggiunta di PRP (platelet rich plasma o plasma ricco di piastrine in Italiano) ad esempio sembra aumentare di molto la sopravvivenza dell’innesto adiposo, dimostrando in alcuni studi una sopravvivenza del 70% rispetto al 40% del gruppo di controllo.

Sebbene interessante ed innovativa, non è una tecnica adatta a tutte le pazienti. Innanzitutto è necessario avere regioni dalle quali prelevare sufficiente tessuto adiposo, cosa non possibile nelle pazienti magre. In secondo luogo, non si è ancora in grado di effettuare aumenti del seno importanti con questa tecnica, quindi in base alle aspettative potrebbe essere o meno una tecnica adatta. Può essere comunque interessante per ritoccare alcune aree, come quella inframammaria in caso questa risulti troppo larga, o comunque per riempire piccole aree delle quali non si è soddisfatti del risultato estetico. Può essere indicata per le pazienti che hanno risposto bene alla terapia ormonale ottenendo un buon sviluppo del seno. Può essere utile a migliorare in parte oltre all’estetica anche la consistenza del seno al tatto. Può inoltre essere indicata per correggere asimmetrie.

Fondamentale anche qui la scelta di una struttura e di un chirurgo con grande esperienza specifica nella tecnica e alte percentuali di soddisfazione e successo tra i pazienti.

Durata dell’intervento, timeline per il ritorno alla vita di tutti i giorni e consigli post-operatori

L’intervento viene eseguito in regime di day hospital o di breve ricovero ospedaliero. Ha una durata media di 90-120 minuti. L’anestesista ed il chirurgo avranno cura di prescrivere farmaci per il controllo del dolore e della nausea post-operatoria, ma come ogni intervento si potrà avvertire fastidio e/o dolore e stanchezza nelle ore e nei giorni successivi all’intervento. I primi due giorni saranno i meno confortevoli a causa degli effetti dell’anestesia e dell’intervento.

Il gonfiore e gli ematomi sono normali e verranno riassorbiti nel corso delle settimane successive all’intervento.

In base al chirurgo e al tipo di intervento potrebbe esservi confezionato un bendaggio post-operatorio, applicato nastro chirurgico o anche semplicemente della colla chirurgica sopra i punti di sutura e le incisioni. Potrebbe essere consigliato l’uso di un reggiseno chirurgico che sarà indossato giorno e notte per circa due settimane dopo l’intervento e quindi indossato solo durante il giorno per ulteriori quattro settimane.

Vi sarà fatto divieto di alzare le braccia, fare sforzi con esse e sollevare carichi per i primi giorni. È in genere sconsigliato farsi una doccia, ma seguite le indicazioni specifiche del vostro chirurgo in merito. È sicuramente vietato invece fare lunghi bagni, in vasca da bagno o in piscina, che possono influire sulle ferite chirurgiche che in generale vanno tenute pulite e asciutte. Spugnature, salviette per neonati, shampoo dal parrucchiere, sono alcuni dei metodi possibili per lavarsi senza compromettere la parte operata.

Sarà consigliato dormire supini, sulla vostra schiena, con alcuni cuscini ad elevare leggermente la posizione del busto per la prima settimana.

I primi giorni è consigliato evitare di essere troppo attivi; fare due passi, meglio se accompagnati, non è un problema, ma evitate troppi movimenti che potrebbero causare sanguinamento, ulteriore edema (gonfiore) o ematomi e dolore. Camminare, senza affaticarsi, è invece consigliato anche per prevenire il rischio di trombosi venosa profonda (TVP).

L’applicazione di ghiaccio può aiutare sia riducendo il dolore che il gonfiore.

Il primo giorno la dieta consigliata è quella liquida e leggera. In base a come vi sentite nei giorni successivi potrete reintrodurre cibi solidi.

Il fumo e l’alcol sono da evitare. Se siete fumatrici, questa è un’ottima occasione per smettere a partire da alcune settimane prima dell’intervento.

La prima visita di controllo con il chirurgo è in genere programmata entro la prima settimana dopo l’operazione.

A due settimane circa dall’intervento potrete ricominciare con attività leggere e chi compie un lavoro d’ufficio alla scrivania potrebbe essere in grado di tornare operativo dopo 1 settimana dall’intervento.

Dopo 6-8 settimane dall’operazione in genere è possibile ritornare alle attività di sempre.

Fatevi consigliare prodotti per minimizzare gli esiti cicatriziali dell’intervento, quali gel o fogli di silicone e creme. Per almeno un anno dopo l’intervento evitate di esporre la cicatrice al sole se volete evitare che questa risulti maggiormente visibile.

Rischi e complicazioni della mastoplastica additiva per transgender

La mastoplastica additiva è uno degli interventi chirurgici più comuni e maggiormente eseguiti dagli specialisti in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica di tutto il mondo.

Come ogni intervento di chirurgia maggiore, anche per la mastoplastica additiva per transgender sussistono il rischio di emorragia, infezioni e reazioni avverse all’anestesia.

Altri rischi e complicazioni specifici di questo intervento sono:

  • Contrattura capsulare, ovvero la formazione di tessuto cicatriziale intorno alla protesi e che lo comprime, causando una distorsione e un risultato estetico non naturale
  • Sieroma, ovvero l’accumulo di fluido tra la protesi e la capsula e che l’organismo non è in grado di riassorbire da solo
  • Migrazione dell’impianto, cioè lo spostamento della protesi dalla sede nella quale il chirurgo lo aveva posizionato durante l’intervento
  • Rottura della protesi in silicone o lo svuotamento della protesi riempita di soluzione salina
  • Perdita di sensibilità del capezzolo, areola e della regione cutanea del seno
  • Dolore prolungato post-intervento
  • Asimmetria tra le due mammelle
  • Insoddisfazione per il risultato estetico ottenuto

La correzione di queste complicazioni potrebbe necessitare di ulteriori interventi chirurgici. A 10 anni dall’intervento, potrebbe essere necessario inoltre sostituire le protesi.


Fonti
  • Breast augmentation in male-to-female transgender patients: Technical considerations and outcomes.
    TJ Miller, SC Wilson, JP Massie, SD Morrison, T Satterwhite – Journal of Plastic Reconstructive and Aesthetic Surgery, Set 2019
  • Review: Proposed Methods to Improve the Survival of Adipose Tissue in Autologous Fat Grafting
    MJ Landau, ZE Birnbaum, LG Kurtz, JA Aronowitz – International Open Access Journal of the American Society of Plastic Surgeons, Ago 2018
  • Differences in Chest Measurements between the Cis-female and Trans-female Chest Exposed to Estrogen and Its Implications for Breast Augmentation
    AC Nauta, KM Baltrusch, AL Heston, SK Narayan, S Gunther, NO Esmonde, KS Blume, RV Mueller, JE Hansen,  JU Berli – International Open Access Journal of the American Society of Plastic Surgeons, Mar 2019
  • Gender Confirmation Center by Dr. Scott Mosser MD
  • Mayo Foundation for Medical Education and Research
  • Management of Gender Dysphoria – A Multidisciplinary Approach
    C Trombetta, G Liguori, M Bertolotto – Springer, 2015

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